

Se Marx potesse vedere i fatti di Torino, straccerebbe il Manifesto per l’imbarazzo. La sua teoria prevedeva che «il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale»; Marx vedeva nella violenza un passaggio doloroso ma necessario verso il progresso, la levatrice della storia, com’egli la definiva. Eppure a Torino, si è visto solo un branco che strappa manganelli e dignità a un singolo agente, senza alcuna supremazia se non quella numerica e vigliacca del momento. È la ridicolizzazione del concetto di rivoluzione, non ci troviamo davanti all’avanguardia che «comprende le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario», ma davanti a una retroguardia confusa che scambia la devianza per politica. Il martello colpisce l’asfalto e la carne, ma soprattutto frantuma l’illusione che questa violenza abbia una nobiltà ideologica. Marx stigmatizzava quei falsi rivoluzionari per i quali «l’attività sociale doveva essere sostituita dalla loro attività inventiva personale, le condizioni storiche dell’emancipazione da condizioni fantastiche»; ebbene, gli uomini di Torino confermano questa diagnosi impietosa. La loro “attività inventiva” non è politica, ma puro sfogo che, finendo in teste vuote, diventa solo scusa per l’aggressione. È un marxismo da operetta, dove la tragedia storica è sostituita dalla farsa criminale.
DC
Riferimento : Karl Marx – Manifesto del Partito Comunista (1848)
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