

Dostoevskij ha identificato nel benessere materiale il vero oppio dei popoli, una droga somministrata per nascondere il baratro su cui poggia l’esistenza moderna. Egli ha smascherato l’ipocrisia di una società che preferisce l’illusione alla verità, proclamando una gerarchia dolorosa: «È meglio essere infelici e sapere, che essere felici e ingannarsi». Questa conoscenza infelice è la presa di coscienza che, senza un orizzonte trascendente, la vita precipita in quel pozzo senza fondo dove «L’ateismo non predica nulla, solo uno zero». Il maestro russo ha abitato questo “zero” conoscendone ogni anfratto, rifiutando la sedazione della coscienza. La sua morte ci impone di guardare il vuoto senza distogliere lo sguardo. È solo all’interno di questa consapevolezza tragica, e non nella distrazione mondana, che si compie la promessa per cui «La bellezza salverà il mondo», una bellezza che non consola, ma che giustifica il dolore del sapere, rendendolo l’unica via d’accesso al reale.
DC
Riferimento: Fëdor Dostoevskij – L’Idiota
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