LA VITA GIOCA A DADI

Bobby Fischer, campione del mondo di scacchi, morì il 17 gennaio 2008 a Reykjavík, in Islanda. Vissuto a lungo in esilio, il suo genio sulla scacchiera convivette con un progressivo isolamento umano e politico.

La coincidenza è crudele. Bobby Fischer, morto in esilio e in disgrazia politica, è la replica spettrale di Al-Suli, il più grande maestro del mondo arabo, morto nascosto a Bassora per sfuggire a una condanna del Califfo. Nel suo trattato, Al-Suli scriveva una verità che Fischer ha ignorato scambiando la scacchiera per il mondo: «Il gioco richiede prudenza, perché la parola incauta distrugge ciò che la mano ha costruito sulla tavola». La mano di Fischer era divina, capace di architetture logiche ineccepibili, ma la sua “parola incauta” , come i deliri antisemiti, l’odio per l’America, il disprezzo verso l’Occidente. Al-Suli annotava che «la maestria negli scacchi eleva l’uomo sopra i re», un’illusione di onnipotenza che ha intossicato Fischer fino a fargli credere di essere intoccabile, superiore alle leggi degli stati e della biologia. Ma la fine di entrambi i maestri precipita in questa condanna:: «Quando il favore del mondo si ritira, il Gran Maestro resta solo con i suoi pezzi di legno». Fischer ha vissuto come se l’esistenza fosse una partita a scacchi, un sistema chiuso di pura logica e causalità dove ogni errore è emendabile con una mossa corretta; la sua morte per rifiuto della medicina occidentale è lo schianto contro l’irrazionalità biologica. Ha cercato di risolvere la vita come un teorema, scoprendo nel momento finale che la vita, fuori dalle sessantaquattro caselle, gioca a dadi e non ammette calcoli.
DC

Riferimento: Abu Bakr al-Suli , Kitab ash-Shatranj (Il libro degli scacchi), X secolo ca.

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