DIO NON ABITA A TEHRAN

In Iran, la violenta repressione contro la sollevazione popolare ha causato tra le 2.000 e le 12.000 vittime. Il regime ha ufficializzato le prime condanne a morte nel nome di Allah, ponendo giovani manifestanti nell’imminenza dell’esecuzione per soffocare il dissenso.

Quando il regime definisce i manifestanti “nemici di Dio” (moharebeh), sta compiendo un’operazione retorica che Cicerone smascherò scagliandosi contro Marco Antonio. Il vero nemico della Res Publica non è chi protesta, ma chi usa l’esercito statale contro i cittadini. L’Iran di oggi è un teatro dove il potere ha tradito il suo mandato primario, trasformandosi in una fazione armata contro la popolazione. Cicerone tuonerebbe contro questi giudici: “Quale pace può esserci con chi non ha nulla di pacifico se non il nome?”. Le esecuzioni sommarie sono la prova che la legge è stata sostituita dall’arbitrio di un singolo o di una casta. Cicerone ci ricorda appunto che “la libertà non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”. La gioventù di Teheran non cerca il dialogo con un Ayatollah più illuminato, ma il diritto di respirare senza che un dogma ne decida il ritmo. E il regime, sordo e violento, si merita l’invettiva che l’oratore romano riserva a chi distrugge la patria dall’interno: “Hai voluto essere temuto; ma chi è temuto è necessariamente odiato, e l’odio è il primo passo verso la rovina”. Con migliaia di corpi già a terra e un popolo che ha perso la paura, l’illusione di stabilità della teocrazia si sgretola. Quello che il regime scambia per ordine è solo il preludio del proprio crollo, poiché, pezzo dopo pezzo, stanno costruendo il loro patibolo con le stesse travi usate per impiccare i dissidenti.
DC

Riferimento: Marco Tullio Cicerone – Filippiche (Seconda Filippica)

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