

Henri Beyle attraversa il suo tempo senza adattarvisi, e da questo scarto prende forma una diagnosi della condizione umana che Julien Sorel porta in scena: “La parola è stata data all’uomo per nascondere il suo pensiero.” Questa necessità di dissimulazione rivela la sofferenza di un’anima costretta a filtrare la propria intensità per non essere schiacciata dalla mediocrità sociale. Beyle sapeva che la società punisce ciò che non si conforma alle sue misure, poiché “l’uomo che pensa è un animale depravato” agli occhi di una folla che desidera solo rassicurazioni. Egli scelse di essere quell’animale depravato, esponendosi senza difese al rischio della verità, preferendo l’autenticità pericolosa delle passioni. Tuttavia, la società impone le sue regole ferree, e l’autore ammetteva che “la paura del ridicolo ci ottiene tutti i giorni le concessioni più vili”: un pensiero che diede vita a ciò che la psicologia, in futuro, definirà come “Sindrome di Stendhal”, la rappresentazione dell’attimo in cui questa paura svanisce. L’uomo crolla a terra, piange o sviene, fregandosene del giudizio altrui. Nel malore di Santa Croce, Beyle smette di fare concessioni vili alla compostezza borghese e lascia che il corpo risponda onestamente alla violenza del Sublime.
DC
Riferimento: Stendhal – Il Rosso e il Nero / La Certosa di Parma
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