

Per Woolf, l’identità è ciò che resta quando l’esperienza smette di essere soltanto tempo. Ed è proprio nella sua “Gita al Faro”, che la signora Ramsay esercita questa facoltà suprema percependo che, oltre l’agitazione delle circostanze, “c’è una coerenza nelle cose, una stabilità; qualcosa, intendeva, è immune dal cambiamento”, e che questa immunità risiede nella forza rivelatrice dello sguardo. Lily Briscoe fa di questa visione un linguaggio pittorico, salvando l’attimo dalla dissoluzione. Di fronte all’opera compiuta, ella proclama la validità assoluta della sua esperienza affermando “ho avuto la mia visione”, un atto che certifica l’esistenza di un senso compiuto. La realtà assume valore solo attraverso la sedimentazione di queste percezioni intense, poiché “di tali momenti, pensava, è fatta la cosa che dura”, creando un deposito di eternità all’interno della finitezza umana. Ritornare a Woolf significa riconoscere che la vita prende forma nei vertici dell’esperienza, là dove pensiero ed emozione si intrecciano fino a diventare forma, senso e durata, trasformando l’esistenza in una materia capace di resistere alla dispersione del tempo e di sopravvivere come intensità, come coscienza, come presenza.
DC
Riferimento: Virginia Woolf – Gita al faro
Leggi anche:
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.