LA NOTTE PIÙ LUNGA

Il 21 dicembre 1375 moriva Giovanni Boccaccio. Oggi commemoriamo il genio e l’immenso contributo letterario ricordando la sua Opera immortale: il Decameron.


La distinzione tra l’uomo e l’animale risiede nella sacralità del congedo, ma quando il rito si spegne, la civiltà sprofonda nell’anonimato della materia. Boccaccio osserva con sdegno come, sotto il peso del morbo,“la reverenda autorità delle leggi, e delle divine e delle umane, era quasi caduta e dissoluta tutta”, lasciando spazio a un cinismo che profana persino il dolore. Il dettaglio del lutto trasformato in derisione, dove “in luogo di quelle [lagrime] risa e motti e festeggiar s’usava” , rivela una società che ha perso il suo centro morale. Non c’è più onore per chi se ne va, poiché“non solamente poche lagrime o lumi o onorevole compagnia erano a’ morti conceduti, ma la cosa era pervenuta a tanto, che non altramente si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre”. Questa equiparazione tra l’uomo e l’animale è il punto di non ritorno, quando i cadaveri vengono gettati nelle fosse comuni e“a centinaia si mettevano, e in quelle si stivavano come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo”, la storia stessa smette di essere umana. Nel giorno in cui ricordiamo la sua morte, Boccaccio ci avverte che, privati del rito e della legge, non restiamo che carne senza nome, esposta al nulla della dimenticanza.
DC

Riferimento: Giovanni Boccaccio – Il Decameron

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