FINCHÈ C’È MORTE C’È SPERANZA

Commemoriamo oggi la nascita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de ‘Il Gattopardo’.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa abitava in una solitudine interiore che lo portava a preferire la compagnia dei propri spettri e dei propri ricordi a quella dei contemporanei. Questa sua indole, schiva e profondamente scettica nei confronti della natura umana, si traduce in un romanzo che è un’indagine sulla decadenza sociale, fisica e psicologica. L’autore affida al Principe uno sguardo capace di riconoscere la presenza della morte anche là dove la vita sembra ancora pienamente affermarsi. È nella fine che la sua interiorità trova un centro, poiché lì sappiamo che ogni cosa perde consistenza e il nulla si rende manifesto. Egli fa dire a Don Fabrizio, con un’amarezza che è tutta autobiografica: “Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima… tutto questo non è altro che desiderio di morte”. Lampedusa arriva a capovolgere il concetto stesso di futuro, vedendo nel tramonto l’unica forma di bellezza possibile e nella fine l’unica liberazione:“Finché c’è morte c’è speranza”. È la voce di un uomo che ha compreso la vanità delle passioni umane, riducendo anche l’amore a una fiammata transitoria: “L’amore… fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta”. Con questo scritto commemoriamo la nascita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, onorando la memoria di un uomo che ha saputo fare del tramonto la sua luce più bella.
DC

Riferimento: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

Leggi anche:

LA TUA LUCE PREFERITA

LA NOTTE PIÙ LUNGA

Il 21 dicembre 1375 moriva Giovanni Boccaccio. Oggi commemoriamo il genio e l’immenso contributo letterario ricordando la sua Opera immortale: il Decameron.


La distinzione tra l’uomo e l’animale risiede nella sacralità del congedo, ma quando il rito si spegne, la civiltà sprofonda nell’anonimato della materia. Boccaccio osserva con sdegno come, sotto il peso del morbo,“la reverenda autorità delle leggi, e delle divine e delle umane, era quasi caduta e dissoluta tutta”, lasciando spazio a un cinismo che profana persino il dolore. Il dettaglio del lutto trasformato in derisione, dove “in luogo di quelle [lagrime] risa e motti e festeggiar s’usava” , rivela una società che ha perso il suo centro morale. Non c’è più onore per chi se ne va, poiché“non solamente poche lagrime o lumi o onorevole compagnia erano a’ morti conceduti, ma la cosa era pervenuta a tanto, che non altramente si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre”. Questa equiparazione tra l’uomo e l’animale è il punto di non ritorno, quando i cadaveri vengono gettati nelle fosse comuni e“a centinaia si mettevano, e in quelle si stivavano come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo”, la storia stessa smette di essere umana. Nel giorno in cui ricordiamo la sua morte, Boccaccio ci avverte che, privati del rito e della legge, non restiamo che carne senza nome, esposta al nulla della dimenticanza.
DC

Riferimento: Giovanni Boccaccio – Il Decameron

La Coscienza È Una Giungla

Il 19 dicembre 1861 nasce a Trieste Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz. Tra le opere più famose: Una vita, Senilità, La coscienza di Zeno.


La vita è un passo lento,
Inerme,
Con eterni rimandi
E desideri rimasti quadri
L’amore è un colore distante,
Un arcobaleno di nebbia
Da una finestra chiusa
La coscienza è una giungla
Dove le bugie sono legge:
L’ultima sigaretta,
E poi quella dopo .
La volontà
come un macigno di polvere
Che vola via
Inerme vivo
Dentro una frenetica pigrizia ,
Con un unica verità a guidarmi,
La menzogna.

MM


Il “filo” del discorso

Nascere significa entrare in un mondo diviso tra i sani, che vivono per istinto, e gli inetti, che vivono per analizzarsi, una frattura in cui Zeno ammette: «io sono il dottore di cui si parla talvolta con un sorriso di compatimento». La venuta al mondo è l’inizio di una recita sociale goffa, il tentativo disperato di cristallizzarsi in una forma definita che però sfugge sempre, poiché «il dolore e l’amore, la vita insomma, non si può considerarla una malattia perché duole?». La tragedia della nascita è quindi essere inseriti in un sistema che valuta, confronta, seleziona. Costretti a invidiare la bestiale sicurezza degli altri, sapendo che la propria«malattia è una convinzione» da cui non si vuole davvero guarire, pena la perdita della propria identità.
DC

Riferimento: La coscienza di Zeno – Italo Svevo

Cucivi L’Amore

Il 16 dicembre 1775 nacque a Steventon, Jane Austen. Tra le sue opere più celebri: Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma.


Cucivi l’amore
Come una veste di gala,
Nella tua fredda stanza
Dove il mondo non poteva trovarti.
Un amore silenzioso
Cone tempesta ,
Dal pregiudizio che soffoca
E l’orgoglio che uccide .
L’amore come ragione,
Il digiuno dal soffrire,
O sentimento,
Quando nel vuoto ci lasciamo cadere.
Un’ illusione malcelata,
Forse l’unica verità noi stessi.

MM


Il “filo” del discorso

In un’epoca che prescriveva un unico modello di felicità femminile (matrimonio e figli), Jane Austen usa Edward Ferrars per pronunciare la sua difesa personale contro l’omologazione. È la voce dell’autrice che reclama il diritto all’individualità quando afferma: «Desidero, come tutti, essere perfettamente felice; ma, come tutti, deve essere a modo mio». Jane rivendica una felicità “minore”, fatta di scrittura, poche amicizie e ironia, che non ha bisogno dell’approvazione pubblica per essere valida. Nel duecentocinquantesimo anniversario della sua nascita, Austen ci insegna che piegarsi ai desideri altrui è la morte dell’anima, e che la vera grandezza sta nel restare fedeli alla propria natura, anche se questa prevede una vita silenziosa e appartata.
DC
Riferimento: Ragione e Sentimento – Jane Austen


La Tua Luce Preferita

Misteriosa sirena di luce,
Inquieta musa
Che appollaiata tra i suoi pensieri
Rischiara le tenebre di ognuno.
La cercavi spesso.
Ovunque.
Tra le sue braccia materne
Nascondevi le tue paure.
Luna,
Quanto l’hai amata
Forse perché non ha maschere
O forse centomila ,
Come le anime fragili che raccontavi.
Vetri di carta dietro cui proteggersi.
Nel teatro fatto di stelle
La tua luce preferita
Non si dimentica mai di te

MM


Il 10 dicembre segna i due estremi della parabola pirandelliana: nel 1934 la consacrazione mondiale del Nobel, nel 1936 la scelta radicale del nulla. Pirandello rispose al premio con il testamento, opponendo alla maschera gloriosa del personaggio pubblico la volontà di cancellarsi dal mondo: «Bruciatemi… perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me». Voleva sottrarsi alla liturgia funebre perché Pirandello aveva capito che il funerale è l’ultima recita, il momento in cui i vivi usano il morto per celebrare se stessi, e ha tentato disperatamente di rimuovere il proprio corpo dalla scena per negare ai vivi l’idolo su cui costruire la loro autocelebrazione. Oggi lo onoriamo davvero non portando fiori a una tomba che non voleva, ma riconoscendo in quel rifiuto la sua opera più alta: la lezione di un uomo che, nel momento della massima gloria, ha avuto il coraggio di scegliere di essere solo polvere al vento.
DC

Riferimento: Luigi Pirandello -Il testamento / Uno, nessuno e centomila

Louvre

L’Egitto ha sconfitto quattromila anni di sabbia, ma si è arreso all’idraulica parigina.

Nel silenzio della pioggia
Cade la solita litania .
Ferite fatte di gocce
Che dilaniano vecchi papiri.
Non è Belfagor
a spaventare le gelide stanze
O ladri che derubano il mondo.
La maledizione mai sopita
È una tempesta
Che annega i respiri dei faraoni
Pagine annacquate,
Sepolte sotto millenni
Ma che ancor potevano ancora parlare.
La storia
È sabbia sabbia volata via
Come lacrime di un viso vuoto.

MM


Cesare Pavese guarderebbe a quelle sale allagate con la malinconia di chi sa che il destino è sempre più forte della volontà umana. In Dialoghi con Leucò, ci insegna che “le cose” hanno una loro vita segreta e indifferente alle nostre preghiere. Non serve evocare maledizioni o fantasmi; la tragedia di quei 400 libri perduti sta nella loro solitudine fisica di fronte agli elementi. Pavese scriveva che «l’uomo mortale non ha che questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia». Al Louvre, l’acqua ha cancellato proprio questa traccia. È la sconfitta del mito di fronte alla materia: volevamo che quelle parole durassero per sempre, ma è bastata la banalità di un incidente idraulico per dimostrare che anche la memoria più sacra è, alla fine, solo un oggetto in balia del caso.
DC

Riferimento: Dialoghi con Leucò – Cesare Pavese

Home
Cerca
Categorie
×