GLI OCCHI NELLA NOTTE

L’11 aprile 1987 moriva Primo Levi, testimone della Shoah e sopravvissuto ad Auschwitz.
Autore di Se questo è un uomo, ha trasformato la memoria in parola per non dimenticare.


Portavi la luce
tra baracche di fame,
dove la vita e la morte
camminano
su un lago ghiacciato.
Ti hanno tolto il nome
come una pagina strappata
per non essere letta.
La parola era un filo
teso sull’abisso:
“non cadere”,
diceva,
non dimenticare.
Sei tornato
con gli occhi
pieni di notte:
il male scritto
a pugno chiuso,
ma l’animo
non riuscì
a comprenderlo.
La memoria
si stende come rugiada
e nei versi
risale
l’alba.

MM

IL CANTO DEI NAVIGLI

Il 21 marzo 1931 nasceva a Milano Alda Merini,
grande poetessa della fragilità e della luce.
Voce inquieta e luminosa,
ha trasformato il dolore in parola
e la follia in poesia.


Eri fragile
come parola di poesia,
che rompe gli argini
di un fiume quieto.
Tempesta breve,
colori di versi
che lasciano segni
sul cuore.
Ti hanno chiusa
in silenzi
fatti di sbarre,
ma dentro di te
la vita premeva.
Chiamavi Dio per nome
nel salotto di casa.
Parlavi di amori fragili,
carezze che non si sentono,
della parola
mai sussurrata.
Non te ne sei mai andata:
sei nella follia della normalità,
nel canto timido dei Navigli.
Ti ascolto ancora
quando la vita
mi chiama.

MM

VENTO TRA LE SBARRE

11 marzo 1544 – nasce Torquato Tasso, tra i più grandi poeti del Rinascimento.
Autore della Gerusalemme liberata, conobbe anche la prigionia a Ferrara negli ultimi anni della sua vita.


Avevi negli occhi
la foresta e la croce,
l’eco lontana
di una Gerusalemme sognata.
Canto
tra mura chiuse.
Ma la poesia
non conosce catene:
passa tra le sbarre,
diventa vento,
e incendia ancora
la notte degli uomini.

MM

TRA FERITE E TENEREZZA

Il 9 marzo 1883 nasce Umberto Saba, poeta di Trieste.
Nei suoi versi la vita quotidiana diventa poesia, tra malinconia e umana tenerezza.


A Trieste
il mare ti ha insegnato la malinconia,
quella che non grida
ma resta sulle labbra
come sale.
E la poesia
era una carezza ruvida
sul volto del mondo.
Un uomo cammina
con le ferite nell’anima,
e la parola diventa
cura amorevole
per chi sa ascoltarla.
I segreti diventano versi
che il vento detta piano.
Tra ferite e tenerezza
ancora vive la tua voce,
sapendo che l’anima
è una creatura fragile
che chiede soltanto
di essere amata.

MM

EBBRO DI LUCE

1 marzo 1938 – moriva Gabriele D’Annunzio, poeta della bellezza e dell’eccesso, voce ardente del suo tempo.
Con Il piacere e La pioggia nel pineto fece della vita un’opera d’arte, ebbrezza di luce e natura.


Eri peccato e preghiera,
superbo figlio della luce.
Ti ho visto bruciare
nel vento di versi.
Torcia inquieta
che non conosce la notte.
La natura ti contagiava
Come una malattia fatale:
Bellezza mai simile.
La poesia ti sanguinava
Addosso,
la tua cura.
Ne respiravi versi
Di un vino scuro,
Fino a starne ebro.
E ancora ti sento,
nel tremito delle foglie,
quando la vita vuole essere amata
senza perdono.

MM

TRA MOSTO E VENTO

16 febbraio 1907 moriva Giosuè Carducci, primo italiano Premio Nobel per la Letteratura.
Autore di liriche celebri come San Martino, Pianto antico e Davanti San Guido, diede voce alla memoria classica e ai paesaggi d’Italia con una poesia solenne e vigorosa.


Nel marmo della lingua
pose il suo inverno,
con la durezza che solo l’amore
sa insegnare.
La patria, madre severa,
lo stringeva senza braccia:
una stanza fredda
vegliata dalla cenere.
L’ho incontrato
in una strada di novembre,
coi capelli tra le foglie;
il suo bacio profumava
di mosto e di memoria.
Poi,
seduto tra i cipressi,
insegnò al vento
come si diventa tempo.

MM

FINCHÈ C’È MORTE C’È SPERANZA

Commemoriamo oggi la nascita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de ‘Il Gattopardo’.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa abitava in una solitudine interiore che lo portava a preferire la compagnia dei propri spettri e dei propri ricordi a quella dei contemporanei. Questa sua indole, schiva e profondamente scettica nei confronti della natura umana, si traduce in un romanzo che è un’indagine sulla decadenza sociale, fisica e psicologica. L’autore affida al Principe uno sguardo capace di riconoscere la presenza della morte anche là dove la vita sembra ancora pienamente affermarsi. È nella fine che la sua interiorità trova un centro, poiché lì sappiamo che ogni cosa perde consistenza e il nulla si rende manifesto. Egli fa dire a Don Fabrizio, con un’amarezza che è tutta autobiografica: “Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima… tutto questo non è altro che desiderio di morte”. Lampedusa arriva a capovolgere il concetto stesso di futuro, vedendo nel tramonto l’unica forma di bellezza possibile e nella fine l’unica liberazione:“Finché c’è morte c’è speranza”. È la voce di un uomo che ha compreso la vanità delle passioni umane, riducendo anche l’amore a una fiammata transitoria: “L’amore… fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta”. Con questo scritto commemoriamo la nascita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, onorando la memoria di un uomo che ha saputo fare del tramonto la sua luce più bella.
DC

Riferimento: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

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LA TUA LUCE PREFERITA

LA NOTTE PIÙ LUNGA

Il 21 dicembre 1375 moriva Giovanni Boccaccio. Oggi commemoriamo il genio e l’immenso contributo letterario ricordando la sua Opera immortale: il Decameron.


La distinzione tra l’uomo e l’animale risiede nella sacralità del congedo, ma quando il rito si spegne, la civiltà sprofonda nell’anonimato della materia. Boccaccio osserva con sdegno come, sotto il peso del morbo,“la reverenda autorità delle leggi, e delle divine e delle umane, era quasi caduta e dissoluta tutta”, lasciando spazio a un cinismo che profana persino il dolore. Il dettaglio del lutto trasformato in derisione, dove “in luogo di quelle [lagrime] risa e motti e festeggiar s’usava” , rivela una società che ha perso il suo centro morale. Non c’è più onore per chi se ne va, poiché“non solamente poche lagrime o lumi o onorevole compagnia erano a’ morti conceduti, ma la cosa era pervenuta a tanto, che non altramente si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre”. Questa equiparazione tra l’uomo e l’animale è il punto di non ritorno, quando i cadaveri vengono gettati nelle fosse comuni e“a centinaia si mettevano, e in quelle si stivavano come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo”, la storia stessa smette di essere umana. Nel giorno in cui ricordiamo la sua morte, Boccaccio ci avverte che, privati del rito e della legge, non restiamo che carne senza nome, esposta al nulla della dimenticanza.
DC

Riferimento: Giovanni Boccaccio – Il Decameron

La Tua Luce Preferita

Misteriosa sirena di luce,
Inquieta musa
Che appollaiata tra i suoi pensieri
Rischiara le tenebre di ognuno.
La cercavi spesso.
Ovunque.
Tra le sue braccia materne
Nascondevi le tue paure.
Luna,
Quanto l’hai amata
Forse perché non ha maschere
O forse centomila ,
Come le anime fragili che raccontavi.
Vetri di carta dietro cui proteggersi.
Nel teatro fatto di stelle
La tua luce preferita
Non si dimentica mai di te

MM


Il 10 dicembre segna i due estremi della parabola pirandelliana: nel 1934 la consacrazione mondiale del Nobel, nel 1936 la scelta radicale del nulla. Pirandello rispose al premio con il testamento, opponendo alla maschera gloriosa del personaggio pubblico la volontà di cancellarsi dal mondo: «Bruciatemi… perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me». Voleva sottrarsi alla liturgia funebre perché Pirandello aveva capito che il funerale è l’ultima recita, il momento in cui i vivi usano il morto per celebrare se stessi, e ha tentato disperatamente di rimuovere il proprio corpo dalla scena per negare ai vivi l’idolo su cui costruire la loro autocelebrazione. Oggi lo onoriamo davvero non portando fiori a una tomba che non voleva, ma riconoscendo in quel rifiuto la sua opera più alta: la lezione di un uomo che, nel momento della massima gloria, ha avuto il coraggio di scegliere di essere solo polvere al vento.
DC

Riferimento: Luigi Pirandello -Il testamento / Uno, nessuno e centomila

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