Il 24 febbraio 1990 moriva Sandro Pertini, storico e amatissimo Presidente della Repubblica. Partigiano, antifascista, conobbe il carcere e l’esilio senza mai piegarsi: fu voce limpida di libertà e dignità civile.
Era vento tra le sbarre. Non piegò la schiena al buio. Parlava la lingua di chi soffre senza imparare l’odio. Italia, ti chiamò per nome come un papà che consola. Stava in alto ma sedeva con gli ultimi, e con i primi nel Mundial di Spagna. Resta una voce calma, fiera: un esempio gridato sottovoce. MM
A Monza un gruppo di giovani, identificati dalla cronaca come maranza, ha danneggiato con un petardo il muso di una delle statue del Ponte dei Leoni. L’atto, documentato dagli stessi autori in un video circolato in rete, ha causato il distacco di una porzione del marmo ottocentesco.
Guardando il video del danneggiamento della statua del Leone di Monza, si nota l’assoluta mancanza di esitazione o vergogna: il vandalo si sente perfettamente a suo agio nel suo ruolo distruttivo. Per Ortega y Gasset, questa è la cifra psicologica del nostro tempo: “l’uomo-massa” si sente perfetto così com’è e, non avvertendo alcuna lacuna in se stesso, non accetta alcuna autorità esterna, nemmeno quella muta di un’opera d’arte, poiché “l’uomo massa si sente perfetto; per sentirsi tale l’uomo selezionato ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, mentre all’uomo massa la fede nella propria perfezione è infusa con la vita stessa”. Il leone di Monza, nella sua maestosità, rappresenta un ideale di bellezza superiore, un confronto che potrebbe umiliare la mediocrità, ed è per questo che deve essere colpito: per rimuovere il termine di paragone. Il gesto non cerca approvazione, cerca ratifica tra i pari, in un circuito chiuso dove “l’ermetismo dell’anima impedisce all’uomo medio di paragonarsi con istanze superiori”, lasciandolo libero di distruggere un patrimonio comune senza avvertire il minimo tremito di coscienza, convinto che il mondo sia stato creato apposta per ospitare il suo capriccio, dato che egli “non riconosce al di fuori di sé alcuna autorità”. DC
Oggi ricordiamo la morte di Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, avvenuta il 9 gennaio 1878. Conosciuto come anche come “Re Galantuomo”.
Vittorio Emanuele II salì al trono nella notte drammatica di Novara, ereditando un regno sconfitto e minacciato dall’Austria. Egli difese con fermezza lo Statuto contro le pretese del maresciallo Radetzky, pronunciando la frase che segnò il suo destino politico: “V’è un mezzo speditivo per trarsi d’impaccio: quello di chiamare una guarnigione austriaca, ma finché io vivrò ciò non sarà mai”. Massimo d’Azeglio sancì questa condotta onorevole con la celebre definizione riportata da Massari: “E il Re galantuomo l’abbiamo”. Il sovrano onorò quel patto di lealtà per tutta la vita. La morte del 9 gennaio 1878 chiuse l’esistenza dell’uomo che garantì la libertà costituzionale agli italiani, mantenendo fede alla parola data in gioventù. Donna Carmen ne commemora la scomparsa e onora la fermezza del sovrano che guidò il popolo verso l’Unità. DC
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