

Kant ci costringe a guardare in faccia l’abisso della nostra responsabilità : non agire perché “conviene” o perché “piace”, o perché “porta profitto”, ma agire perché si deve. Il celebre incipit della conclusione della Critica della Ragion Pratica viene spesso ridotto a un aforisma da cioccolatini, mentre in realtà è un’equazione esistenziale che non lascia scampo, un verdetto che ci condanna alla grandezza o alla miseria. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente… il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Noi abbiamo perso entrambe. L’imperativo categorico kantiano è stato rimpiazzato dall’imperativo ipotetico del capitalismo emotivo: “se vuoi essere felice, consuma”; “se vuoi essere amato, performa”. Kant, invece, ci ricorda brutalmente che la dignità umana non risiede nella felicità, che è un ideale dell’immaginazione, non della ragione, ma nella capacità di autolegislazione. La libertà non è fare ciò che si vuole, ma obbedire a una legge che ci si è dati. Egli invoca il Dovere con parole che oggi suonano come una lingua morta, eppure mai così necessaria: “Il dovere! Nome sublime e grande, che non porti con te nulla di piacevole che importuni… ma pretendi la sottomissione”. La nostra epoca però è ossessionata dall’assenza di attrito, dal comfort, dal “mi piace”, e non tollera la sottomissione a una legge interiore priva di ricompensa immediata. Vogliamo essere sedotti, non comandati. La morte di Kant ci consegna alla responsabilità assoluta di autodeterminarci, rendendo la libertà una disciplina necessaria che sostanzia la nostra esistenza.
DC
Riferimento: Immanuel Kant, Critica della ragion pratica (1788).
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