Il 30 maggio 1778 moriva a Parigi , Voltaire, tra i maggiori filosofi dell’Illuminismo. Scrittore e pensatore, difese la libertà di pensiero e la tolleranza, sfidando con le sue opere il potere assoluto e il fanatismo religioso.
Solo, contro il buio dei troni. Parigi tremava di lumi e salotti, e tu cercavi l’uomo dentro le rovine della fede. Ti ho visto camminare tra le ceneri delle chiese. E l’uomo, per un istante, si sentì libero. MM
17 marzo 180 d.C. — Muore Marco Aurelio, imperatore e filosofo tra i più profondi di Roma. Con le Meditazioni, un’opera di pensieri personali, ha lasciato un’eredità di equilibrio e saggezza.
Roma ti dormiva negli occhi, alts fiera sposa: Il potere tra le tue mani era una ferita che non sanguina. Ti ho visto seduto dentro la notte, spogliare il mondo come un amore finito. La gloria ti passava accanto, col viso di una donna stanca. Il tuo regno come una stanza invisibile, dove il dolore diventava luce e la perdita ritorno. MM
Il 22 marzo 1832 moriva Johann Wolfgang von Goethe, poeta, scrittore e pensatore tedesco. Autore del “Faust”, ha unito arte, natura e conoscenza, raccontando l’uomo come eterno cammino.
Non eri quiete, ma cammino. Non sapevi restare. Dentro la notte cercavi un nome alle cose che tremano. La natura ti parlava con voce lenta, e tu restavi a metà tra luce e ferita. Vivevi i colori come fragile amore: la luce che muore per aver troppo vissuto. Per questo sei rimasto nella follia gentile di chi continua a sentire. MM
17 febbraio 1600 — A Campo de’ Fiori viene arso vivo Giordano Bruno, ex frate e filosofo, condannato per le sue idee sull’infinità dell’universo e la libertà del pensiero.
A Campo de’ Fiori l’alba sa di silenzio. sono pietra le voci contro il cielo chiuso. Il fuoco ti ha preso come un amante geloso: voleva spegnerti e ti ha reso cielo. Tra le ceneri cammini ancora, una domanda che il tempo non sopisce sotto le stelle. MM
Il 12 febbraio 1804 muore a Königsberg Immanuel Kant, gigante della filosofia moderna e artefice della rivoluzione critica che ha ridefinito i confini della ragione, della morale e dell’estetica occidentale.
Kant ci costringe a guardare in faccia l’abisso della nostra responsabilità : non agire perché “conviene” o perché “piace”, o perché “porta profitto”, ma agire perché si deve. Il celebre incipit della conclusione della Critica della Ragion Pratica viene spesso ridotto a un aforisma da cioccolatini, mentre in realtà è un’equazione esistenziale che non lascia scampo, un verdetto che ci condanna alla grandezza o alla miseria. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente… il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Noi abbiamo perso entrambe. L’imperativo categorico kantiano è stato rimpiazzato dall’imperativo ipotetico del capitalismo emotivo: “se vuoi essere felice, consuma”; “se vuoi essere amato, performa”. Kant, invece, ci ricorda brutalmente che la dignità umana non risiede nella felicità, che è un ideale dell’immaginazione, non della ragione, ma nella capacità di autolegislazione. La libertà non è fare ciò che si vuole, ma obbedire a una legge che ci si è dati. Egli invoca il Dovere con parole che oggi suonano come una lingua morta, eppure mai così necessaria: “Il dovere! Nome sublime e grande, che non porti con te nulla di piacevole che importuni… ma pretendi la sottomissione”. La nostra epoca però è ossessionata dall’assenza di attrito, dal comfort, dal “mi piace”, e non tollera la sottomissione a una legge interiore priva di ricompensa immediata. Vogliamo essere sedotti, non comandati. La morte di Kant ci consegna alla responsabilità assoluta di autodeterminarci, rendendo la libertà una disciplina necessaria che sostanzia la nostra esistenza. DC
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