TROPPO VISSUTO

Il 22 marzo 1832 moriva Johann Wolfgang von Goethe, poeta, scrittore e pensatore tedesco.
Autore del “Faust”, ha unito arte, natura e conoscenza, raccontando l’uomo come eterno cammino.


Non eri quiete,
ma cammino.
Non sapevi restare.
Dentro la notte
cercavi un nome
alle cose che tremano.
La natura ti parlava
con voce lenta,
e tu restavi
a metà tra luce e ferita.
Vivevi i colori
come fragile amore:
la luce che muore
per aver troppo vissuto.
Per questo sei rimasto
nella follia gentile
di chi continua a sentire.

MM

CAMPO DE’ FIORI

17 febbraio 1600 — A Campo de’ Fiori viene arso vivo Giordano Bruno, ex frate e filosofo, condannato per le sue idee sull’infinità dell’universo e la libertà del pensiero.


A Campo de’ Fiori
l’alba sa di silenzio.
sono pietra le voci
contro il cielo chiuso.
Il fuoco ti ha preso
come un amante geloso:
voleva spegnerti
e ti ha reso cielo.
Tra le ceneri
cammini ancora,
una domanda
che il tempo non sopisce
sotto le stelle.

MM

L’IMPERATIVO CONTRO LA FELICITÀ

Il 12 febbraio 1804 muore a Königsberg Immanuel Kant, gigante della filosofia moderna e artefice della rivoluzione critica che ha ridefinito i confini della ragione, della morale e dell’estetica occidentale.

Kant ci costringe a guardare in faccia l’abisso della nostra responsabilità : non agire perché “conviene” o perché “piace”, o perché “porta profitto”, ma agire perché si deve. Il celebre incipit della conclusione della Critica della Ragion Pratica viene spesso ridotto a un aforisma da cioccolatini, mentre in realtà è un’equazione esistenziale che non lascia scampo, un verdetto che ci condanna alla grandezza o alla miseria. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente… il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Noi abbiamo perso entrambe. L’imperativo categorico kantiano è stato rimpiazzato dall’imperativo ipotetico del capitalismo emotivo: “se vuoi essere felice, consuma”; “se vuoi essere amato, performa”. Kant, invece, ci ricorda brutalmente che la dignità umana non risiede nella felicità, che è un ideale dell’immaginazione, non della ragione, ma nella capacità di autolegislazione. La libertà non è fare ciò che si vuole, ma obbedire a una legge che ci si è dati. Egli invoca il Dovere con parole che oggi suonano come una lingua morta, eppure mai così necessaria: “Il dovere! Nome sublime e grande, che non porti con te nulla di piacevole che importuni… ma pretendi la sottomissione”. La nostra epoca però è ossessionata dall’assenza di attrito, dal comfort, dal “mi piace”, e non tollera la sottomissione a una legge interiore priva di ricompensa immediata. Vogliamo essere sedotti, non comandati. La morte di Kant ci consegna alla responsabilità assoluta di autodeterminarci, rendendo la libertà una disciplina necessaria che sostanzia la nostra esistenza.
DC

Riferimento: Immanuel Kant, Critica della ragion pratica (1788).

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INQUILINI DEL TEMPO

CONTRO LA LIBERTÀ DI COSCIENZA

Il 19 gennaio 1798 nasceva Auguste Comte, filosofo francese.
È noto soprattutto per il Cours de philosophie positive e per aver fondato il positivismo e la sociologia come scienza della società.

Il caos informativo delle fake news, il relativismo etico che satura i dibattiti televisivi e le barricate fumanti nelle capitali occidentali, sono i chiari sintomi di quella che Comte definiva “anarchia intellettuale”. Oggi, celebrando la sua nascita, ci troviamo immersi in una fase critica divenuta cronica, dove «il disordine attuale delle intelligenze è in ultima analisi imputabile all’assenza di una dottrina comune». La democrazia dell’opinione, dove l’ignoranza vale quanto la competenza, tradisce il progetto positivista, poiché «non c’è libertà di coscienza in astronomia, in fisica, in chimica»; perché dunque dovrebbe essercene in politica? Questa anarchia intellettuale, infatti, non resta confinata negli schermi, ma scende in strada, materializzandosi nell’odore acre dei lacrimogeni e nel conflitto perenne tra conservatori reazionari e progressisti iconoclasti. Comte osserva che «il grande male politico consiste oggi nella separazione radicale tra i fautori dell’ordine e quelli del progresso». Da un lato troviamo una destra che congela il passato, dall’altro una sinistra che insegue utopie distruttive, entrambe ignorando che «l’ordine è la condizione fondamentale del progresso» e che, reciprocamente, «il progresso non è altro che lo sviluppo dell’ordine». Finché non saneremo questa frattura intellettuale, ogni scelta resterà impossibile.
DC

Riferimento: Auguste Comte Corso di filosofia positiva (1830-1842)

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IL CIELO DIVISO

SOTTO LA LEGGE

Oggi nasce Charles-Louis de Montesquieu (1689–1755), filosofo e giurista francese.
Teorizzò la separazione dei poteri, fondamento dello Stato di diritto moderno.


Il cittadino occidentale che entra in tribunale sa, o dovrebbe sapere, che il giudice è vincolato da un testo scritto. L’Occidente è diventato “libero” nel momento in cui ha deciso che a governare non fossero gli uomini, ma le procedure e questa è la grande eredità che l’Occidente deve a Montesquieu. L’evoluzione giuridica occidentale nasce proprio da questo assioma: «Nel governo repubblicano, è nella natura della costituzione che i giudici seguano la lettera della legge». Questo formalismo, spesso criticato, è in realtà l’unico scudo contro la barbarie. Ha permesso lo sviluppo del commercio, della scienza e dell’arte, perché l’individuo sa di non poter essere spogliato dei suoi beni o della sua vita per un capriccio. Dall’altra parte, lo sguardo di Montesquieu verso l’Oriente rivela l’orrore dell’incertezza. Dove non c’è separazione dei poteri, il cittadino non esiste, esiste solo la vittima potenziale. «Nei governi dispotici non vi sono leggi: vi sono solo costumi e maniere». In quest’ultima analisi, l’Occidente ha scelto la fatica della Legge, l’Oriente la facilità del comando immediato, condannandosi a una politica senza cittadini dove «il potere passa intero nelle mani di colui al quale è affidato», senza filtri e senza pietà. Oggi, 18 gennaio, ricordiamo Montesquieu per questa semplice verità: il potere tende naturalmente all’abuso se non trova un limite. È tutta qui la differenza tra le nostre democrazie imperfette e quei sistemi dove la volontà di uno solo è ancora legge per tutti.
DC

Riferimento: Charles-Louis de Montesquieu Opera: Lo Spirito delle Leggi – Libro VI e XII

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