Il 15 aprile 1452 nasceva Leonardo da Vinci, ingegnere, architetto e pittore, simbolo del genio universale del Rinascimento. Con i suoi studi sul volo, sull’anatomia e sull’arte—fino al mistero della Gioconda—trasformò la visione in conoscenza e la conoscenza in bellezza.
Nella piega segreta dell’aria scrivevi ali. Silenzioso, come chi ascolta la luce prima del giorno. Eri l’attesa di ciò che ancora non esiste, ma la mente già lo abitava. Entravi nelle vene come volo distante, cercando Dio nella bellezza. Una donna in posa: la calma di dolce follia che guarda il mondo da un quadro. MM
Il 6 aprile 1520 muore a Roma Raffaello Sanzio, geniale pittore del Rinascimento, maestro di armonia e bellezza. Autore di capolavori come La Scuola di Atene, la Madonna Sistina e le Stanze Vaticane, dove la bellezza diventa eterna.
Nel segreto chiaro dell’alba, stavi con mani leggere di luce. Il genio correva nelle vene, come un tremore senza riposo. Hai insegnato agli occhi la quiete che non appartiene alla terra. Ogni volto era un’attesa, un respiro trattenuto tra cielo e carne. Ora sei polvere dentro il colore, eco sulle pareti dove il tempo non osa entrare. Tu che hai inventato la bellezza per non morire. E in quel gesto l’uomo si salva guardando. MM
L’Egitto ha sconfitto quattromila anni di sabbia, ma si è arreso all’idraulica parigina.
Nel silenzio della pioggia Cade la solita litania . Ferite fatte di gocce Che dilaniano vecchi papiri. Non è Belfagor a spaventare le gelide stanze O ladri che derubano il mondo. La maledizione mai sopita È una tempesta Che annega i respiri dei faraoni Pagine annacquate, Sepolte sotto millenni Ma che ancor potevano ancora parlare. La storia È sabbia sabbia volata via Come lacrime di un viso vuoto. MM
Cesare Pavese guarderebbe a quelle sale allagate con la malinconia di chi sa che il destino è sempre più forte della volontà umana. In Dialoghi con Leucò, ci insegna che “le cose” hanno una loro vita segreta e indifferente alle nostre preghiere. Non serve evocare maledizioni o fantasmi; la tragedia di quei 400 libri perduti sta nella loro solitudine fisica di fronte agli elementi. Pavese scriveva che «l’uomo mortale non ha che questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia». Al Louvre, l’acqua ha cancellato proprio questa traccia. È la sconfitta del mito di fronte alla materia: volevamo che quelle parole durassero per sempre, ma è bastata la banalità di un incidente idraulico per dimostrare che anche la memoria più sacra è, alla fine, solo un oggetto in balia del caso. DC
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