Chi Odia La Luce

Ieri a Bondi Beach ( In Australia, Nuovo Galles del Sud) ad una celebrazione religiosa ebraica (Hanukkah) sono morte almeno 12 persone in un attentato terroristico. 29 i feriti

Erano luci di festa
Su quella spiaggia colorata di tramonto ,
Le candele ballavano al suono del mare .
Poi,
Un tuono nel buio
Da chi odia la luce.
Quel suono di orrore
Ripetuto a raffica.
La notte pare nuda,
Impaurita,
Senza capirne il motivo.
MM


C’è un contrasto insopportabile tra la ciclicità di una festa millenaria come Hanukkah, che ritorna ogni anno per affermare la vittoria della luce, e l’atto che ha insanguinato Sydney. Il filosofo Vladimir Jankélévitch definiva la morte come «l’apparizione improvvisa dell’irreversibile». Mentre la vita gioca sulla spiaggia, l’attentato introduce un taglio netto nel tempo, un “mai più” che non ammette repliche. «La morte non è un passaggio, è uno strappo», scriveva il filosofo. La violenza è questo potere mostruoso di imporre un silenzio definitivo dove prima c’era il canto. Di fronte a questo “non-senso” radicale, la filosofia non offre consolazioni, ma registra il dolore dello strappo che nessuna luce successiva potrà mai ricucire del tutto.
DC

Riferimento: Vladimir Jankélévitch La Morte

Cieco Il Mondo

Il 13 dicembre del 304 d.C. viene martirizzata Santa Lucia

Cieco il mondo
Incapace d’amare.
Il tuo nome parla di luce,
Anche oggi
Nel giorno più buio,
Dove l ‘inverno tocca il cielo .
Le tenebre dell’uomo
Sconfitte dal tuo sguardo .
Gli occhi posati in un piatto
Sono il dono per tutti,
E nessun anello sarebbe più prezioso.
Nelle ombre dell’animo
Un bagliore che mi da conforto
Ed ora anche io amo la notte

MM


Agostino lo annuncia nelle sue Confessiones: «In interiore homine habitat veritas». La verità non abita nell’ordine delle cose, ma nello spazio interiore della decisione. Santa Lucia va letta proprio a partire da qui. Il matrimonio imposto appartiene al mondo delle consuetudini, delle necessità sociali; la sua risposta nasce invece da un luogo che il potere non può amministrare, infatti Agostino insiste: «Nemo nisi volens peccat» (Retractationes, I, 9). Nessuno sbaglia se non volendo. Il punto è ciò a cui si acconsente. Lucia non combatte, non argomenta, non persuade. Non vuole. E in questo rifiuto si manifesta quella libertà che Agostino chiama ordo amoris: «Rectus est amor, quo diligitur quod diligendum est» (De civitate Dei, XV, 22). Amare rettamente significa scegliere ciò che merita adesione, e sottrarsi a ciò che non la merita. La luce è proprio in questo ordine. Vede chi distingue, scrive Agostino; chi non confonde il necessario con il giusto. Tutto può essere tolto, ma non l’assenso. È qui che la libertà, silenziosamente, resta.
DC

Riferimenti : Agostino, Confessiones X, 39; Retractationes I, 9; De civitate Dei XV, 22.

Il Silenzio Di Un Istante

12 dicembre 1969: l’attentato terroristico di Piazza Fontana. Morirono 17 persone.

Un boato.
Grida del male.
Nere ombre
Che come schegge
Si conficcano nei cuori di ognuno.
Ognuno fu Milano
In quella piazza che diventò vuota.
Piena di orrore.
Le mani fredde ancora aggrappate,
Come fiori strappati dai campi.
16:37.
Il silenzio di un istante
Che diventò urlo di giustizia
MM


Di fronte alla “Orrenda strage” (titolo a nove colonne del suo giornale), Indro Montanelli scrive: «Siamo a una svolta tragica. La violenza non è più un incidente, è diventata un sistema». Montanelli, conservatore illuminato, intuisce che quella bomba ha ucciso qualcosa di più importante delle vite umane: ha ucciso la fiducia nella pace sociale conquistata dopo la guerra. Il suo timore è soprattutto per la tenuta morale del Paese: «La democrazia è un lusso che si paga con la responsabilità, e noi siamo in bancarotta». Piazza Fontana segna per lui il momento in cui l’Italia scopre di essere fragile, esposta e pericolosamente sola di fronte ai suoi demoni interni.
DC

Riferimento: Indro Montanelli Editoriale sul Corriere della Sera (Dicembre 1969)

Solo Tra La Gente

il 12 dicembre 1915 nasceva Frank Sinatra. “The voice”

Camminavi solo tra la gente,
Seguendo sempre la tua strada.
Una folla acclamante ti scortava
Lungo il viaggio,
E anche sul sipario finale eri in compagnia di te stesso.
Quella voce rassicurante
Come una minestra calda a Natale
Che lasciava i problemi fuori dalla finestra.
Sul palco,
Quel dono divino
Ti perdonava di ogni peccato,
E ancora oggi ti porta ovunque.
MM


Osservando la perfezione iperrealista di Rockwell, si percepisce l’enorme distanza tra l’uomo e la rappresentazione di un uomo. Il quadro ci mostra un volto sereno, ma la verità sottostante parla di una storia diversa: «Rockwell mi ha dipinto esattamente come l’America voleva che fossi… È un bugiardo di talento». L’artista ha voluto escludere ciò che definiva la quotidianità del maestro, ha «cancellato il whisky, ha rimosso le notti insonni, ha pulito via la polvere del palcoscenico». L’opera è splendida proprio perché falsa: privata del vero soggetto, diventa un ritratto esclusivamente dell’idolo e del desiderio pubblico, requisito fondamentale per mantenere intatta l’immortalità del mito.
DC

Opera d’arte: Norman Rockwell, Portrait of Frank Sinatra (1973)

Un Soffio Gigante

Il 12 dicembre 1901 Guglielmo Marconi piega l’orizzonte e unisce i continenti

Un filo docile che collega i mondi,
E l’aria impenitente
che si diverte a scherzarlo.
Un soffio gigante
Che spinge l’uomo al futuro.
Dalla Cornovaglia a Terranova,
L’orecchio ascolta un saluto amico .
Vibra la voce
Con l’emozione dell’uomo che
Parla al mondo.
Di quel lampo c’è un ricordo lontano,
Un sussurro che ancora oggi sentiamo.

MM


«Alle 12:30, tesi l’orecchio e sentii tre deboli scatti…». In quel momento preciso, l’orecchio di un solo uomo ha smentito la matematica di un secolo. Come ricorderà lo stesso Marconi nella sua Nobel Lecture, la scienza ufficiale aveva decretato l’impossibilità dell’impresa: «Molti eminenti scienziati avevano affermato che la curvatura della terra avrebbe impedito la comunicazione». Quei tre scatti sono la prova empirica che la realtà ignora i divieti della teoria. Marconi ha vinto con l’intuizione che l’etere potesse seguire la terra come un abbraccio invisibile. Quel suono debole è il rumore che fa un dogma quando crolla: la dimostrazione che l’impossibile è spesso solo un calcolo sbagliato.
DC

Riferimento: Guglielmo Marconi, Proceedings of the Royal Society (Londra, giugno 1902)

Per Noi È Poesia

La Cucina italiana è stata iscritta nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.


Tovaglia vestito patrio ,
S’adagia comoda come una seconda pelle .
Negli antichi borghi
Sale alta la fragranza d’amore ,
Una lettera che dal passato
Giunge ancora a tutti noi. Ogni giorno .
Il cuoco intinge il pennello nel sugo
Ed il suo quadro è leccornia per il mondo.
Perché per noi non è mangiare.
È poesia.
Il rumore del mattarello
Supera le voci dei passanti ,
Mani sapienti che curano
La pasta come figli.
Il forno grida di entusiasmo: la pizza è pronta !
Anche se ora vorrei fare un tuffo
Nel sugo di amatriciana .
Carezze che hanno curato i miei pensieri.
Ricordi fatti fatti di profumi
Che mai nella mia vita potrò dimenticare.
Di questo rito siamo tutti contagiati,
Una preghiera che ci rende fratelli.
L’ UNESCO si inchina alla nostra cucina
E noi con lui.

MM


Il “filo” del discorso

Prezzolini ci ha lasciato una provocazione micidiale: «La Divina Commedia è l’opera di un genio solitario, gli spaghetti sono l’espressione del genio collettivo del popolo italiano». Il riconoscimento UNESCO va letto esattamente in questa chiave: è la consacrazione della nostra unica, vera opera d’arte democratica. Mentre spesso si può pensare che la politica e la letteratura dividono, la tavola è il luogo dove l’Italia smette di essere un nome geografico e diventa una nazione reale, ove il povero e il ricco obbediscono alla stessa liturgia. Cogliendo la provocazione di Prezzolini, L’UNESCO non ha premiato Dante, ha premiato l’anonima secolare saggezza di milioni di mani che hanno trasformato farina e acqua in civiltà.
DC

Riferimento: Giuseppe PrezzoliniMaccheroni & C


PATRIMONIO QUOTIDIANO

La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità

Grida Di Un Dolore Muto

Tra il sogno di “ogni uomo nasce libero” e il buio dell’oggi.

Camminai lungo le tenebre più profonde dell’uomo ,
E vidi i dirupi di quanto egli è capace.
Spesso ebbi la tentazione di tornare indietro ,
Ma solo altro buio mi avrebbe atteso.
Poi trovai un vecchio libro
Con le firme di ognuno .
“Ogni uomo nasce libero “
Come il tempo che fugge
Dai granelli di una clessidra.
Quei fogli così fragili
Furono lame per tagliare catene.
Le grida di un dolore muto

MM


Quando nel 1947 l’UNESCO chiese a Benedetto Croce di contribuire alla stesura della base teorica dei diritti umani, il filosofo rispose con un “No”, rifiutando di partecipare a quello che considerava un errore filosofico e politico.Egli contestò l’idea stessa di poter formulare «diritti universali», sostenendo con forza che «i diritti dell’uomo sono diritti storici e non eterni». Per Croce, ogni diritto nasce da un bisogno specifico, da una lotta precisa in un tempo preciso, e non può essere astratto in una «categoria logica» valida per sempre. Il dramma odierno conferma la sua tesi: il sistema di protezione crolla perché abbiamo trasformato i diritti in idoli immobili, dimenticando l’avvertimento crociano che «la libertà è una conquista perpetua, non un possesso garantito». Celebrando l’astrazione, abbiamo perso la capacità di combattere la battaglia concreta, lasciando che i diritti diventassero parole solenni ma impotenti di fronte alla «asprezza della lotta» reale.
DC

Riferimento: Benedetto Croce, I diritti dell’uomo e il momento presente (Risposta all’inchiesta dell’UNESCO), in «La Critica», 20 luglio 1947.

La Tua Luce Preferita

Misteriosa sirena di luce,
Inquieta musa
Che appollaiata tra i suoi pensieri
Rischiara le tenebre di ognuno.
La cercavi spesso.
Ovunque.
Tra le sue braccia materne
Nascondevi le tue paure.
Luna,
Quanto l’hai amata
Forse perché non ha maschere
O forse centomila ,
Come le anime fragili che raccontavi.
Vetri di carta dietro cui proteggersi.
Nel teatro fatto di stelle
La tua luce preferita
Non si dimentica mai di te

MM


Il 10 dicembre segna i due estremi della parabola pirandelliana: nel 1934 la consacrazione mondiale del Nobel, nel 1936 la scelta radicale del nulla. Pirandello rispose al premio con il testamento, opponendo alla maschera gloriosa del personaggio pubblico la volontà di cancellarsi dal mondo: «Bruciatemi… perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me». Voleva sottrarsi alla liturgia funebre perché Pirandello aveva capito che il funerale è l’ultima recita, il momento in cui i vivi usano il morto per celebrare se stessi, e ha tentato disperatamente di rimuovere il proprio corpo dalla scena per negare ai vivi l’idolo su cui costruire la loro autocelebrazione. Oggi lo onoriamo davvero non portando fiori a una tomba che non voleva, ma riconoscendo in quel rifiuto la sua opera più alta: la lezione di un uomo che, nel momento della massima gloria, ha avuto il coraggio di scegliere di essere solo polvere al vento.
DC

Riferimento: Luigi Pirandello -Il testamento / Uno, nessuno e centomila

Louvre

L’Egitto ha sconfitto quattromila anni di sabbia, ma si è arreso all’idraulica parigina.

Nel silenzio della pioggia
Cade la solita litania .
Ferite fatte di gocce
Che dilaniano vecchi papiri.
Non è Belfagor
a spaventare le gelide stanze
O ladri che derubano il mondo.
La maledizione mai sopita
È una tempesta
Che annega i respiri dei faraoni
Pagine annacquate,
Sepolte sotto millenni
Ma che ancor potevano ancora parlare.
La storia
È sabbia sabbia volata via
Come lacrime di un viso vuoto.

MM


Cesare Pavese guarderebbe a quelle sale allagate con la malinconia di chi sa che il destino è sempre più forte della volontà umana. In Dialoghi con Leucò, ci insegna che “le cose” hanno una loro vita segreta e indifferente alle nostre preghiere. Non serve evocare maledizioni o fantasmi; la tragedia di quei 400 libri perduti sta nella loro solitudine fisica di fronte agli elementi. Pavese scriveva che «l’uomo mortale non ha che questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia». Al Louvre, l’acqua ha cancellato proprio questa traccia. È la sconfitta del mito di fronte alla materia: volevamo che quelle parole durassero per sempre, ma è bastata la banalità di un incidente idraulico per dimostrare che anche la memoria più sacra è, alla fine, solo un oggetto in balia del caso.
DC

Riferimento: Dialoghi con Leucò – Cesare Pavese

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